GEOPOLITICA ED IMPERIALISMO.

Il recente smantellamento di una estesa rete spionistica israeliana in tutto il territorio USA, ed in particolare in quelle città, nelle quali è stata rilevata la presenza di nuclei dell’organizzazione Al Qaida (Hollywood, per citare una delle più famose), ci pone dinnanzi ad un fatto gravissimo, che non può esimerci assolutamente dall’analizzare in modo più profondo e meno massimalista, quelle che sono le "ipotesi di lavoro", strettamente interrelate alla tematica della Globalizzazione, ultima ed attuale frontiera degli studi storici e geopolitici. Anzitutto, mi sembra sia necessario chiedersi in che senso oggi noi parliamo di Globalizzazione, ovvero quale è l’esatto "modus agendi" in cui tale fenomeno va inquadrato. Il non dare una risposta a tale quesito, comporterebbe una visione distorta degli eventi che, limitata al fenomeno "si et si", non potrebbe offrirci quelle risposte oggidì tanto urgenti. Il fenomeno globalizzatorio va, anzitutto, inserito in quello che è lo studio comparativo delle civiltà, e del loro svilupparsi all’interno della Storia umana.

Già, per chi non lo avesse capito, la storia dell’uomo è anche Storia di civiltà, che si susseguono in un continuo di alterne vicissitudini. Studiosi come Weber, De Gobineau, Durkheim, Spengler, Haushofer, Toynbee, Bagby, Quigley, Braudel, Fukuyama, Huntington, solo per citarne alcuni, hanno tentato di dare una definizione del concetto di civiltà, in grado di definirne anche le modalità di sviluppo. Civiltà è quel collant etno-culturale che accomuna differenti realtà comunitarie. Un collant, che, sebbene parta sempre caratterizzata da un elemento etnico di base, può tranquillamente finire con l’accomunare sotto di sé una pluralità di elementi etnici differenti, in quanto ciò che finisce col caratterizzare, anzitutto, una civiltà è proprio la comunanza di cultura. La razza finisce, col tempo, per divenire un elemento relativo al contesto "civiltà". Difatti possiamo benissimo avere razze differenti accomunate da un medesimo modello culturale o religioso (l’ecumenismo religioso cattolico o islamico, per esempio), o, viceversa, razze o etnie del medesimo ceppo, profondamente divise quanto a contenuti culturali (il caso della ex Jugoslavia è, a tal proposito, illuminante). Civiltà, dunque, come entità "totali", in grado cioè di inglobare al proprio interno i più svariati elementi, che sempre a tali entità dovranno far capo per essere identificati. Toynbee, molto discutibilmente, afferma che le civiltà inglobano, ma non sono a loro volta inglobate. Le civiltà, dunque, come entità prevalentemente culturali, sono provviste di una dinamica che le porta ad attraversare varie fasi. Vi sono studiosi come Quigley che vedono l’evolversi del processo civilizzatore in stadi definiti, altri come Melko in processi molto più dinamici, di continuo consolidamento da una fase all’altra, altri come il Toynbee, pensano ad un processo di continua risposta a determinate sfide, altri ancora come De Gobineau, vedono nella civiltà l’espressione di una determinata e definita realtà etnica, irrimediabilmente destinata alla decadenza, sin dal suo immediato sorgere, grazie alla continua opera di annacquamento dell’elemento razziale di base e via di questo passo. A parte le logiche differenze che caratterizzano i vari autori, tutti sembrano però esser accomunati dalla conclusione che le civiltà sono tutte caratterizzate da tre distinti momenti: quello della nascita, accompagnato da una forte conflittualità, quello del consolidamento che porta all’universalizzazione di quello che, inizialmente, era un contesto locale, ed infine, la decadenza, ovvero la fine di quella stessa civiltà. Tornando a noi, dunque, il concetto di "globalizzazione" non è nuovo agli occhi della Storia. Globale era la civiltà Classica, che accomunò ad una visione del mondo, un territorio che andava dalla penisola iberica al settentrione dell’India. Non meno globali, se vogliamo, erano le civiltà sorte sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. Dalla struttura di governo teocratica, al particolare politeismo, sino all’architettura, molto spesso caratterizzata da una forma di gigantismo nell’edificazione di mura e templi, questo tipo di civiltà conoscerà una espansione che le garantirà tre millenni di sopravvivenza, interrotti dall’irrompere sulla scena, dei popoli indoeuropei.

Lo stesso Medio Evo, imperniato sulle strutture feudali, ha rappresentato, in un certo senso, una forma di civiltà "globale", almeno per l’intera Europa ed alcune entità statuali del vicino Oriente, come Bisanzio. Allora, quale è l’elemento che definisce "globale" l’attuale civiltà occidentale, demonizzandola agli occhi di molti? L’economicismo, diranno molti di noi. Il Liberalismo e la democrazia, vi diranno altri. Le scoperte scientifiche accompagnate da un’ipertrofica crescita economica, affermeranno altri ancora. La sintesi di questi ed altri elementi ancora, si potrebbe dire, estesa ad un contesto geopolitico planetario. Arrivati a questo punto, però, prima di arrivare a frettolose conclusioni, è bene orientarsi e capire, quali sono i più recenti sviluppi offerti dalla ricerca storica.

Al riguardo, possiamo sommariamente distinguere tre scuole di pensiero: quella di derivazione marcatamente liberal-positivista, che vede nel proprio "enfant prodige" F.Fukuyama l’autore di punta.

Perno centrale di questa scuola, è l’ineluttabilità del processo di adeguamento del mondo intero all’ideologia liberal-capitalista. Scintilla di tale processo starebbe nella caduta dell’Unione Sovietica, che porterebbe alla cosiddetta "fine della Storia", ovvero ad un mondo omologato al liberalismo, e per questa stessa ragione, depurato da qualsiasi rilevante conflittualità.

La seconda scuola, è di derivazione marxista, con sfumature razionaliste. Il più recente ed accreditato rappresentante di tale scuola, è Toni Negri. Nel suo "Empires", costui preconizza l’avvento di un’entità sovranazionale, svincolata addirittura dalla potenza USA, che vede nel dominio economico delle Multinazionali l’impalcatura portante di tale disegno. Prospettiva principale, all’interno di tale entità è il raggiungimento della cittadinanza universale, vero strumento di liberazione globale, in grado di realizzare una totale parità di diritti, nell’ambito di una mai sopita, ottica di lotta di classe. La terza scuola di pensiero, ha in S.Huntington il principale cantore, seguito da autori come G.Faye ed altri. Si potrebbe dire, che qui si voglia prendere le mosse dalle analisi di uno Spengler o di un De Gobineau, sviluppandole successivamente in un’ottica di etnocentrismo di stampo "liberal". Questo tramite una visione dell’Occidente (inclusi gli USA), visto come una civiltà in declino, a cui farebbero da contraltare tutta una serie di realtà extraeuropee, animate da un forte sentimento di rivalsa nei riguardi di quest’ultimo. L’attuale momento storico, non sarebbe visto come caratterizzato da un’espansione in senso universalistico della civiltà occidentale, bensì da un acuirsi della suddivisione del mondo per civiltà, avendo le ideologie, con la caduta dell’URSS, perduto ogni senso d’esistere. Tali divisioni, imperniate su fattori etno-culturali, determinano l’esplosione di conflitti, che si verificano in determinati punti geostrategici "caldi", (teoria delle cosiddette zone "faglia"). Per evitare un disastroso acuirsi di tali conflitti, l’unica soluzione proviene dalla reciproca comprensione delle singole differenze, lasciando che ognuna si gestisca entro la propria area di appartenenza geopolitica. Tutte e tre queste analisi, presentano sicuramente delle prospettive affascinanti, per il solo e semplice fatto di analizzare il presente e l’immediato futuro con dei criteri che stravolgono la quotidianità degli eventi, in quanto tendono ad enfatizzare uno solo degli aspetti che la complessa realtà odierna ci presenta. Tutte queste teorie partono, però, inficiate da profondi vizi strutturali. Fukuyama nel preconizzare la "fine della Storia", è stato travolto dal successivo dispiegarsi degli eventi che, anzi, ha visto riproporsi in tutta la loro "magnitudo", conflitti e contrasti che nella sua visione, avrebbero dovuto essere superati dalla stessa storia. Questo a causa di un errore di fondo: l’eccessiva fiducia nel modello liberale hegeliano, la cui capacità di indirizzare l’umana volontà di potenza, verso traguardi di vita piccolo-borghesi è ben lungi dal poter essere realizzata. Il concetto di "Impero", dal Negri delineato, non è di per sé errato, anzi. Parte, però, inficiato dal vizio di un’analisi materialista che, in quanto tale, non può non portare che a soluzioni della medesima valenza del male che si vuole curare, al massimo intrise di un improvvido e fallace solidarismo classista. Il pensiero di

 Huntington, invece, pecca di una profonda ingenuità. La giusta considerazione sulla decadenza occidentale, non deve però, portare né alla sopravvalutazione delle realtà extra-europee, afflitte da mille problemi, dove sovente a fasi di impetuosa crescita economica, seguono fasi di violenta crisi. Allo stesso modo, se l’Europa ha visto ridimensionato il proprio ruolo politico, altrettanto non può dirsi per gli USA, rimasta l’unica e vitale super-potenza planetaria, in piena fase di ascesa. Il fatto che qualcuno ne contrasti la politica globalista, fa parte del normale e plurimillenario giuoco delle cose. Strano ed innaturale sarebbe, se nessuno osasse contrastare minimamente tale potenza. La Storia stessa, d’altronde, ci ha già mostrato come dopo periodi di grande conflittualità, seguano fasi di calma, a cui faranno sicuramente seguito fasi più movimentate. Lo stesso attentato di New York, o le gesta del terrorismo ceceno a Mosca, ci mostrano una situazione di nuova conflittualità, prima inconcepibile. Il bipolarismo USA-URSS, spostava i conflitti nelle aree periferiche del mondo. Africa, Asia meridionale, America Latina, erano, per lo più, i teatri di battaglia scelti dalle due superpotenze per risolvere in modo indolore i propri contrasti. La fine del bipolarismo, porterà tali conflitti sino al cuore delle due potenze. La situazione che così ci si prospetta, è molto più complessa di quello che a prima vista si potrebbe credere. Si può dire che essa è la sintesi di tutte e tre le teorie, perché se oggi è vero che quello che noi chiamiamo Mondialismo o Globalismo, (frutto e sintesi politico-economica occidentale degli ultimi 400 anni) rappresenta l’elemento in grado di catalizzare e convogliare verso un unico fine tutte le realtà nazionali del pianeta, è altrettanto vero che il raggiungimento di tale fine non è (come vorrebbe Fukuyama) lineare, ma intramezzato da profondi contrasti che determinano profonde discontinuità. Il fatto che l’Occidente (USA ed Europa Occidentale) annacqui le proprie radici identitarie in favore del melting-pot, non significa annacquamento dell’economicismo, anzi. L’eventuale sorgere di potenze extra-occidentali avviene sempre sotto l’attenta tutela dei centri di potere economico-finanziario che, ieri da Londra, oggi da New York, domani (perché no?) da Shangai o Tokyo, o da tutti e tre insieme, stanno arrivando al controllo pressochè totale del mondo.

Se qui si può azzardare il paragone, il mondo è oggi nella stessa situazione in cui si trovava ai tempi dell’Ellenismo.

Permeato da una ideologia universale, l’economicismo di matrice illuminista, vive una situazione che vede una potenza politico-economica, (gli USA) in fase di piena espansione. Una espansione che privilegia il lato economico-culturale, anziché quello della occupazione militare "de facto", limitandosi questa all’uso di basi extraterritoriali o all’imposizione di determinate scelte politiche, tramite pressione economica (le cosiddette "sanzioni"). Un disegno di espansione che potrebbe, in qualche maniera, ricordarci il primo Impero Romano, costruito su alleanze con stati vassalli autonomi, piuttosto che su annessioni territoriali dirette. Questo perché, un eccessivo sforzo militare di tipo espansivo, porta a quello che Von Clausevitz ha magistralmente definito, come "stato di sfinimento strategico", ovvero il logoramento determinato dall’eccessiva profusione di mezzi e risorse, in un raggio d’azione troppo vasto. Il ridimensionamento delle frontiere dell’impero romano operata da Adriano, rispetto alle conquiste ad Est di Traiano, l’attuale taglio alle spese militari di USA, Russia, Gran Bretagna ed altri, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, sono due magistrali dimostrazioni di tale concetto strategico. Nel caso degli USA ed i suoi alleati, si preferisce oggi adottare la nozione strategica di "Forza di intervento rapido", sinonimo di una nuova mobilità strategica a livello globale, coadiuvata da un supporto tecnologico di alto profilo. Tutto questo per "normalizzare" situazioni anomale (Irak, Afghanistan, Somalia, o in futuro Corea, Yemen, Georgia, etc.). Dietro agli intenti puramente "normalizzatori", potrebbe, però, nascondersi la chiave in grado di interpretare tutta questa situazione. Coloro che detengono il potere economico-finanziario globale, non sono settariamente uniti, anzi. Il fatto che oggi vi sia in giuoco il dominio del mondo intero, fa sì che, mai sopiti contrasti, riesplodano oggi con virulenza. L’incertezza dei risultati della campagna elettorale USA, con la conseguenza di una pericolosa instabilità politico-istituzionale, il taglio agli armamenti, la recessione della locomotiva economico-finanziaria, accompagnata da una generale discesa in basso delle Borse di mezzo mondo, hanno rimesso in giuoco la necessità di un evento in grado di rivitalizzare e trascinare le spinte alla speculazione finanziaria, pericolosamente trascinate in basso dalla recessione. Niente di meglio di una guerra di lunga durata, come quella dal presidente Bush oggi preconizzata. Una guerra non ufficialmente dichiarata, condotta con rapide azioni, in più contesti strategici nel medesimo tempo. Una concezione che però non vede tutti i globalizzatori d’accordo, anzi. Diciamo che oggi sono due le anime che si combattono. La prima vede il Globalismo come un fenomeno di crescita spontaneo, di cui l’azione politica rappresenterebbe solo un supporto in grado di accompagnare, con continui aggiustamenti di tiro, l’inarrestabile marcia dell’economia liberista. In tale contesto, l’opzione militare presenterebbe una valenza di puro contenimento, in situazioni di estrema instabilità. Caposaldo di tale politica è l’ecumenismo progressista, che, creando un un mondo senza frontiere, favorirebbe i fautori del liberismo finanziario più spinto. In tal modo, costoro, avrebbero accesso immediato a masse di mano d’opera a costo zero, e potrebbero compiere operazioni di speculazione finanziaria senza più dover fare i conti con le frontiere, l’unica barriera in grado di frenare o quanto meno modulare, queste vere e proprie aggressioni. La seconda "scuola", vede la Globalizzazione come un processo che necessita di forti motivazioni, in grado di spingere tutte quelle realtà a ciò riottose, ad un forzoso riconoscimento dell’Occidentalismo quale unica e valida alternativa. Il mobilitare le coscienze contro un comune nemico, tramite il classico "scontro delle civiltà", che ha nella demonizzazione di chi è culturalmente diverso il perno centrale, fa parte di un disegno che, volto a distogliere l’attenzione dalle nefaste conseguenze del liberismo economico, finisce con l’esaltare la vittoria del "civile" occidente sull’incivile "oriente", in un perfetto remake del colonialismo britannico dei bei tempi andati. Mobilitare, ridistribuire le responsabilità, in un contesto di controllo policentrico del mondo (come il recente riavvicinamento tra la Casa Bianca e Pechino, per es.), fanno parte di tale strategia.Un contesto in cui rientra, altresì, l’ambivalente e disinvolto uso di alleanze con Israele e con i Paesi Arabi al contempo, in grado di dare un ampio margine di manovra alla politica USA. Un subdolo giuoco di alleanze che vede in Israele l’antico e fedele alleato (nel ruolo di più importante base USA in Medio Oriente), ma che al contempo non esita a sponsorizzare, tramite l’alleato saudita e pakistano, i movimenti fondamentalisti sunniti (Al Qaida?). Israele, in quanto principe degli stati-satellite USA, potrebbe essere stato usato dalla fazione di "destra" dello schieramento mondialista, fornendo così un valido supporto organizzativo e logistico nell’organizzazione degli eventi americani del Settembre 2001, come da qualcuno sospettato. Ma, al di là delle innumerevoli analisi sulla natura e le modalità di crescita del fenomeno globalizzatorio, quali possono essere le possibili vie d’uscita ad una, apparentemente irrefrenabile, realtà? La soluzione potrebbe venire da quella realtà che S. Huntington ama contraddistinguere con il termine "indigenizzazione". Difatti, secondo questo autore, la globalizzazzione porta come conseguenza la riscoperta della specificità culturale, determinando dalla caduta del Muro in poi, la progressiva creazione di blocchi di interscambio economico regionale, alla cui base starebbe proprio la tanto decantata comunanza di valori culturali. I recenti tentativi delle varie "tigri" e "tigrotte" dell’Asia Orientale di dar vita ad un blocco contraddistinto dall’ "Asianesimo", ovvero un comune modo di concepire la vita politica e le relazioni economiche, la Comunità Europea, il Mercosur tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, il Blocco andino, costituito dalle nazioni del versante della costa pacifica dell’America del sud, i patti di assistenza economica tra i vari paesi dell’ex URSS ed altri ancora. Tutte queste realtà da una parte costituiscono uno strumento in grado di agevolare la penetrazione del globalismo, in quanto permettono al liberismo di adattarsi alle locali realtà socio-economiche, stravolgendone con il tempo le fondamenta. Ma da un’altra parte queste realtà potrebbero, del liberismo, divenire la tomba. Basterebbe che quella spinta all’ "indigenizzazione" si facesse reale, tramite una più spinta accentuazione della dimensione locale e regionale dell’interscambio economico, ed il processo globalizzatorio perderebbe la sua ragion d’essere. Conditio sine qua non perché ciò si verifichi, una decisiva presa di coscienza da parte delle opinioni pubbliche e delle "intellighentzije" delle varie realtà comunitarie, di tale dato di fatto. Un fenomeno, dunque, di ampia portata e sui cui tempi e capacità di realizzazione, ci sarà ancora molto da discutere ed aspettare.

Umberto Bianchi

 

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